Cinema e lettaratura/ Perchè bisogna «recuperare» Bellavista di De Crescenzo

bellavista33Lunedì 10 febbraio si proietta a Napoli Così parlò Bellavista, che compie trent’anni. La fortunata invenzione di Luciano De Crescenzo, prima di diventare un film era stata un altrettanto fortunato libro, uscito per Mondadori nel 1977. Un libro già molto popolare (grazie anche a Maurizio Costanzo), ma snobbato dal dibattito letterario. Mentre infatti gli scrittori “napoletani” cercavano di sprovincializzarsi,  facevano a cazzotti per uscire da quel “bozzettismo” che finiva per relegarli al loro ruolo subalterno, De Crescenzo se ne fregò di tutto, e costruì un curioso libro che – volutamente – scadeva addirittura fino al macchiettismo.

Un libro costruito a capitoli alterni, in cui i dispari “aspirano” alla saggistica e i pari alla narrativa; e in cui si porta in scena la più vituperata Napoletanità con l’intento di liberarla dagli aspetti più deteriori attraverso la filosofia. Un esorcismo difficile, insomma. Ma se Bellavista – libro e poi film – si è trasformato in un cult, non credo sia solo per il fatto che sia un racconto divertente, o per la straordinaria capacità affabulatoria del suo autore.

Piuttosto, credo che bisognerebbe finalmente inquadrare adeguatamente l’esperienza letteraria – liberata dalla foga commerciale – di Luciano De Crescenzo. E dunque, il suo debito (peraltro dichiarato fin dalla prefazione di Bellavista) con Giuseppe Marotta; in particolare col bidello Federico Sorice de Gli alunni del sole, che già nel 1952 intrecciava i racconti mitologici alle avventure del quartiere. E poi certamente, tutto il discorso che corre tra Le due Napoli di Mimì Rea (1951) e quell’ambiguo dibattito del 1976-77 intorno al saggio-inchiesta sulla Napoletanità di Antonio Ghirelli.

Ma fin qui, saremmo tacciati del solito provincialismo, finiremmo per rinchiuderci amorevolmente su noi stessi, come amiamo tanto fare. Allora, credo che vada sottolineato anche un’altra importante circostanza: che Luciano De Crescenzo non sia nato scrittore, ma ingegnere. Che non sia semplicemente un bonario nostalgico (furbo, piacione e paraculo, come volete voi), ma al contrario un uomo moderno, che quando ha cominciato a scrivere conosceva molto bene il mondo della produzione, ed era anche abbastanza avanti, visto che lavorava all’Ibm.

Paradossalmente, Bellavista è un libro moderno perché non ha la pretesa di esserlo; è sprovincializzante, perché sa benissimo di esporsi al tiro al bersaglio della solita intellighentia, ma lo fa lo stesso; e tutto il “colore” di cui è pieno, se lo fa perdonare col buonsenso, che non sempre è una assoluzione.

Da questo punto di vista, credo che De Crescenzo stia alla letteratura napoletana come Paolo Villaggio sta a quella italiana: nel senso che non serve a niente, leggere Le mosche del capitale di Volponi senza aver letto Fantozzi (che ebbe una storia editoriale, prima di diventare un film); così come non serve a niente leggere i grandi scrittori napoletani senza aver letto (o visto) Bellavista.

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