Un senso a questa storia/ Napoli e i suoi casali, la memoria contro la periferia

PESCE_CASALIProvincia Metronapoletana // Ai confini della metropoli imperfetta >>> Chilometri di palazzoni lungo le statali. E cartelloni pubblicitari abusivi. Nuovi centri commerciali e vecchi centri storici sfregiati. E poi centinaia, migliaia di macchine: ferme agli incroci, imbottigliate in oscene circumvallazioni. Percorrono mortali assi mediani, grovigli di ponti, svincoli, raccordi. Corrono. Per andare dove, non si sa. Perché alla fine tutte le strade portano a Napoli. Che poi, se non fosse per qualche cartello, non ti accorgeresti nemmeno che è finita, questa Napoli. Perché saldata alla città trovi un’altra città, e poi un’altra ancora. Anche se molte di queste città non esistono più, o esisteranno ancora solo per poco. Questione di decenni, un paio di generazioni al massimo, e saranno solo Napoli sotto altro nome. La metropoli avanza, e tutto lentamente cancella. Anno dopo anno, un pezzo per volta, tutto diventa indefinita, grigia, sterminata periferia. Un mare di antenne, su cui sorge e tramonta il sole.

Immaginate che colpo, passare un giorno per Caivano o per Acerra e imbattersi in un castello medievale. O entrare in una chiesetta di Crispano e trovarsi davanti un’opera del grande Luca Giordano. Ma ci credereste mai, se qualcuno vi dicesse che la penicillina fu scoperta sul bordo di un pozzo di Arzano? e che durante la seconda guerra mondiale il segretario di stato di Pio XII era di Casoria? Oppure, che il primo eletto popolare di Napoli in realtà era di Sant’Anastasia? Che Virgilio lesse le sue Georgiche ad Augusto dalle parti di Fratta, e che probabilmente l’imperatore trascorse i suoi ultimi anni a Somma Vesuviana? Sapevate che Giovanna d’Angiò visse ad Afragola, dove sta nascendo il più importante scalo ferroviario del meridione? Che Pomigliano aveva un aeroporto più importante di Capodichino, e che nella provincia di Napoli affondano le radici della gloriosa Alfa Romeo?

La verità è che senza il suo entroterra, Napoli non sarebbe mai diventata una moderna (?) metropoli. Perché questi luoghi sono stati da sempre un’importante base dell’economia cittadina. Per secoli dalla cafoniera è venuto tutto: gli ortaggi delle parule e la canapa dei frattesi, la mozzarella di Cardito e i polli di Crispano, i salumi di Casavatore, le scarpe di Arzano e di San Pietro: persino il grano e il vino, senza i quali a Napoli non si sarebbe potuta dire nemmeno una messa.

Per disinteresse, per errore o per calcolo, la città non ha mai voluto organizzare adeguatamente questo entroterra, che pure la sostiene e la sostenta da sempre. Forse non credeva, Napoli, che avrebbe raggiunto un tale sviluppo, una tale congestione urbana e sociale. Ma fatto sta, che quella che poteva essere l’area metropolitana più grande del Mezzogiorno, oggi è solo una specie di immensa medina che stringe e stritola la vecchia capitale. È  l’altro volto, è quello che resta — ma è tanto e molto di più — del cosiddetto Napolicentrismo: una metropolizzazione imperfetta che da decenni scarica sull’entroterra e sulla provincia  il troppopieno della grande città.

In cambio, solo una vecchia promessa: lo sviluppo. I palazzi, le fabbriche, i centri commerciali, le luci delle strade, le superstrade veloci, i treni metropolitani. Questi treni puntualmente in ritardo, le strade e superstrade senza manutenzione, i centri commerciali in cui indebitarsi a comode rate, le fabbriche dismesse e quelle in crisi; i palazzi con gli affitti alle stelle: dieci piani di cemento che tolgono il respiro. Questo sviluppo che insomma non riesce ad essere progresso, che non riesce a dare speranza. Che è ancora un freddo miraggio, come la metropoli indifferente, ferma nella luce dell’alba vista da Capodichino.

La metropoli che si sta mangiando il cuore e l’anima di questo entroterra, che sta uccidendo i santi e le madonne nelle cappelle e nelle chiese, che sta dirupando i castelli e impaludando i fiumi e i lagni. E se non c’è dubbio, che ormai recuperare i luoghi è difficile – in molti casi impossibile – la memoria si può ancora salvare. Anzi: la memoria può salvare. Perché se tutti dimenticano, se tutto diventa uguale, avremo perso un patrimonio di secoli. Avremo perso un motivo di speranza per le nuove generazioni. Avremo cancellato l’unico miraggio – il senso si appartenenza a una comunità – per il quale vale ancora la pena di continuare a resistere in questo deserto, in questa sterminata periferia urbana e sociale che sta diventando l’entroterra di Napoli. Perché appartenere ad un luogo vuol dire sapere ancora chi siamo. E persino per chi scappa, come direbbe Pavese, «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via».

Dall’introduzione di G. PESCE, Napoli e i suoi casali: Itinerari dell’entroterra metropolitano, Napoli, Alessandro Polidoro Editore, 2013.

1 Commento

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Una risposta a “Un senso a questa storia/ Napoli e i suoi casali, la memoria contro la periferia

  1. anna maria romano

    Quanta verità in queste tue parole……io sento che l’indifferenza e lo spietato e inutile modernismo da quattro soldi , hanno tolto dignità ed orgoglio a noi campani ……. in particolar modo, – e dopo quarant’anni che ci vivo- a noi casoriani, prendere corpo come un tumore maligno che con le metastasi di un approssimato modernismo,sommerge le nostre vestiga più belle: L’unica speranza sono persone come te, amanti di quello che siamo stati e di quelli che potremmo ancora essere che, almeno, hanno l’orgoglio di tramandarla, tra tante difficoltà, facendola amare, la nostra storia. Per favore continua sempre così, la mia materna preghiera ti accompagnerà e….. per i più….A Maronn t’accumpagn………

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