Perchè rileggere Malacqua

pironti_malacquaL’editore Tullio Pironti ha il merito di aver finalmente riportato in libreria, dopo trent’anni, un piccolo capolavoro. Ci siamo lamentati a lungo, che Malacqua fosse introvabile, e adesso sta a noi lettori, di farlo rimanere quanto più a lungo possibile sugli scaffali, in un’epoca in cui il turnover delle novità editoriali è sempre più serrato, e il mercato brucia decine di titoli a settimana. Ma cos’è questo libro, al di là del “caso editoriale”? del solitario Nicola Pugliese e di Italo Calvino, delle quattro giornate di pioggia nella città del sole, e di tutto il resto? Cosa pensate di trovarci, dentro? Io che l’ho riletto spesso, mi sto convincendo che forse Malacqua non parla di Napoli. Malacqua parla della nostra vita: racconta, sotto la pioggia, piccole storie di una umanità che si interroga, che ama, che nasce e muore; e che fa tutte queste cosa da sempre, e le farà per sempre.

Poi, certo, questo racconto ha trovato qui terreno fertile, ha allignato a Napoli e non altrove. Forse perché Napoli stessa è un altrove. C’è qualcosa che rende la nostra città – solo apparentemente borghese e moderna, “occidentale” – incredibilmente simile ai cosiddetti “Sud del mondo”, come il Sudamerica di Gabriel Garcia Marquez. E non è tanto il cosiddetto “realismo magico”, quanto piuttosto il fatto di dover “subire” la Storia – una Storia imposta da colonizzatori – e allo stesso tempo di non riuscire ad accettarla. È la dannazione – o forse la salvazione, chissà – di quella che Luigi Compagnone ha chiamato la “Non-Storia” di Napoli, città di rivoluzioni ambigue e mancate, di primavere dopo le quali non è mai arrivata nessuna estate.

Ma cos’è, che impedisce di accettare la Storia? Io credo, la straziante bellezza della Natura: come in Amazzonia la foresta, la linfa degli alberi che scorre nelle vene di quei popoli, così Napoli ferisce a morte con la sua bellezza: e non è solo il cielo che sprofonda nel mare, ma è soprattutto questa umanità brulicante, la povertà, i figli che partono, gli occhi di chi si fatica la vita, di chi la vita l’ha messo sotto, dei ragazzini, dei cani per strada. Tutto questo – che Nicola Pugliese conosceva benissimo, essendo cresciuto in uno dei quartieri più poveri di Napoli, tra Materdei e la Sanità – ci ricordano, in ogni momento che la nostra miserabile vita si consuma, che moriamo giorno dopo giorno, che dobbiamo smetterla di aspettare perché non c’è niente da aspettare. E questo è l’altro grande tema del romanzo: il Dolore, quel “sibilo lungo” che si porta dentro il protagonista Andreoli Carlo, che poi non è molto dissimile al sentimento dell’ingegnere Gonzalo Pirobutirro, protagonista di un altro grande romanzo del Novecento, che è “La cognizione del dolore”. Se nel libro di Carlo Emilio Gadda quel dolore diveniva però ulcera, rimuginava nello stomaco, a Andreoli Carlo-Nicola Pugliese regala la lunga serie di storie inquietanti e fantastiche, dolci e spietate – tutte inscritte in un’unica grande storia d’amore per la vita e per una città dalla quale non si può scappare, come al proprio destino – che troverete in questo libro, che vi travolgerà col suo particolarissimo stile di scrittura, sul quale ci sarebbe molto da dire. Ma per questo, le “chiacchiere letterarie” – che piacevano così poco a Nicola Pugliese – non servono: Malacqua bisogna scoprirlo leggendolo.

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