Croce, Serao e la «piccola verità popolare» di Francesco Mastriani

croce2Fu Benedetto Croce a riscoprire Francesco Mastriani: «romanziere di appendici che non solo è importante per la conoscenza dei costumi e della psicologia del popolo e della piccola borghesia partenopea, ma rimane il più notabile romanziere del genere, che l’Italia abbia dato».  Croce suggerì alla disattenta critica italiana di studiare Mastriani, a cui il traduttore francese di D’Annunzio, Giorgio Hérelle, aveva dedicato un articolo intitolato Un romancier socialiste a Naples sulla Revue de Paris del 1894. Ecco la pagina che fu fondamentale per la riscoperta dello scrittore, tratta da B. Croce, La vita letteraria a Napoli, in La letteratura della nuova Italia, IV, Bari, Laterza, 1922, pp. 313-16.

Il Mastriani compose oltre cento romanzi, quasi tutti fondati sulla storia, e più ancora sulla cronaca napoletana: li componeva giorno per giorno, pagato tre o’ quattro lire per ciascun’appendice quotidiana. Scriveva di solito con semplicità e non senza correttezza, conforme al suo mestiere di professore di lingua e grammatica. L’ispirazione dei suoi libri è costantemente generosa e morale: la sua Musa era casta: rifuggiva dal solleticare malvage e basse curiosità, diversamente da altri romanzieri appendicisti.

Risuonava in quei romanzi una continua protesta contro i vizi e le ingiustizie sociali; e vi si leggevano frequenti intramesse filosofiche, politiche e scientifiche, piene di buon senso, se non peregrine. Ne ho ripercorso qualcuno, p. es., Ciccio il bettoliere di Borgo Loreto; e vi ho trovato una digressione sulla forza che regna sovrana nel mondo; un’altra sulla camorra, dall’autore descritta e condannata come infame; una terza sulla psicologia dei giudici istruttori e sulla loro mania d’immaginare dove non sono delitti e delinquenti; una quarta sulla, o meglio contro la pena di morte; e via dicendo. Nel Barcaiuolo di Amalfi si biasima il malvezzo e l’inopportuna eloquenza dei Procuratori del re e dei Pubblici ministeri, che esagerano i colori dei misfatti e avventano parole ingiuriose contro gl’imputati; e si citano in proposito il Mancini e l’opuscolo di un avvocato Milano intorno al Riassunto presidenziale; ivi anche sono considerazioni intorno al gran numero di morti procurate, che il divulgarsi delle cognizioni scientifiche rende invisibili all’occhio della giustizia. Tutte cose dette con grande chiarezza e con accento di profonda convinzione, che ferma e persuade.

Si sente, in quei romanzi, vivo sdegno contro gli oppressori e pietà per le vittime; ma nessuna adulazione verso il popolo, presentato com’è nella sua rozzezza e ignoranza, e spesso nella sua abiettezza e perversità. Di frequente, la parte del tiranno, succhiatore di sangue e seduttore di vergini, è fatta dal «padrone di casa», il personaggio che più fortemente incombe sull’animo del popolino e dei piccoli borghesi di Napoli. Perciò il Mastriani appariva a queste classi sociali filosofo, educatore, consigliere e vindice; e veramente così l’autore come i lettori che egli ebbe per parecchi decenni (tutta Napoli, all’ infuori della gente letterata) sono prova della naturale bontà e della sete di giustizia, che è nel cuore di questa poco avventurata popolazione. Quando il Mastriani morì, nel 1891, un giornaletto umoristico popolare, la Follia, si listò di bruno per l’occasione, e offerse il ritratto del Mastriani, contornato dal catalogo dei suoi centotre romanzi, e seguito da un epicedio in cui si leggevano queste strofe: Ei punse i ricchi e i nobili / che adorano un sol Dio: il Dio dell’oro; / e che, sprezzando il popolo, / calpestali dignità, fede, decoro…/ Piangi, diletta Napoli, / il gran Maestro tuo, ahi!, non è più! / Chi ti farà più fremere? / Chi ti sarà di sprone alla virtù?

Ma il Mastriani presenta altresì un qualche interesse letterario. Venuto in fama lo Zola, egli più volte protestò che gli Assommoir, i Ventre de Paris, le Nana e simili, erano cose vec chie: prima dello Zola, non aveva egli scritto I vermi, I vampiri, I misteri di Napoli, e simili? Si notava, infatti, nel Mastriani, una certa tendenza verso il contenuto e le forme del verismo: perfino, nelle parti narrative, quel miscuglio di modi dialettali e di modi italiani, che si vide in sèguito nel Verga. Tutto ciò, senza dubbio, rimaneva in lui crudo, rozzo, brutale, non attingeva l’arte; ma era nondimeno come la scoperta di un filone d’arte.

Matilde Serao, che doveva far passare tanta parte di quella vita napoletana popolare in novelle stupende, disse del Mastriani nel 1891, in un commosso articolo necrologico: «Attraverso tutta la rettorica delle sue idee e delle sue narrazioni, attraverso quel concetto ristretto del bene e del male, fiorisce una certa verità popolare, che sarà poi il punto di partenza onde i sociologi e gli artisti trarranno il grande materiale del romanzo napoletano. Piccola verità popolare, invero, e che consisteva soltanto nel chiamare coi loro veri nomi i tetri frequentatori delle bettole, col loro nome esatto e colla loro topografia i vicoli sordidi e lugubri, dove si annida in Napoli l’onta, la corruzione, la morte: piccola verità affogata nella frondosità fastidiosa del romanziere, che ha cominciato a vedere, ma che non ha forza, coraggio, tempo di veder molto, di veder tutto: piccola verità, dirò così esteriore, che la falsità bonaria del resto annega, ma che è verità, ma che è uno spiraglio di luce attraverso la tenebra, ma che è la fioca lampada nella notte profonda, che altri vedrà e che li condurrà alla loro strada, a tutta quanta la verità com’è, nuda, schietta, tutta piena di strazio, ma non senza conforto».

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