Ma i Napoletani recitano ancora? De Matteis e gli epigoni della città-teatro

Nell’ultimo libro di Stefano De Matteis, Napoli in scena, appena uscito per Donzelli, si può trovare qualche risposta allo sconcerto con cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi decenni alla “mutazione” della realtà napoletana, e diciamo pure, pasolinianamente, al genocidio del popolo, della sua cultura. Parola di Goffredo Fofi, autore della prefazione, che sul Sole24ore parla di una Napoli post-moderna ma senza certezze: «Napoli è diventata una realtà confusa e spuria, in parte fagocitata da una “post-modernità” che è qui più fittizia che altrove: una città più che mai incapace di ragionare su di sé, sul proprio destino.  Scompare la memoria viva di una grande tradizione ed è vicino il tempo in cui i giovani napoletani ignoreranno Eduardo e Totò come già hanno dimenticato Murolo e Bruni. E non ci sono in giro i portatori di un progetto collettivo che non sia di accettazione dell’esistente».

Il libro: Napoli in scena: Antropologia della città del teatro (Donzelli, pp. 220, euro 20). Napoli, nell’immaginario comune, è la città-teatro per eccellenza e per raccontarla si è sempre fatto ricorso – fino ad abusarne – alla metafora della scena, tanto che gli stessi abitanti sono convinti di vivere su un palcoscenico, dal quale recitano ogni giorno la loro vita quotidiana. Per vedere se c’è del vero nello stereotipo della Napoli-teatro, il lettore viene guidato nei vicoli della città antica, come in un caleidoscopio, attraversando storie di vita, scorrendo giornali e testi letterari, seguendo tracciati familiari o rituali di interazione, fino ad affrontare alcuni aspetti della produzione e dei consumi culturali. Strumenti utili a ricostruire le pratiche di un’identità che traeva forza da quel tessuto di vita popolare fatto di marginali e di popolo «basso». Per mettere poi il tutto alla prova nel confronto con le storie raccontate dal teatro: da Raffaele Viviani al magistero di Eduardo De Filippo, passando per quella folla anonima di autori, attori, cantanti che hanno costruito la storia e rafforzato l’identità della città. Alla fine del percorso, vedremo se qualcosa, di tutto questo, è giunto fino a noi e come sopravvive. E troveremo risposta alla domanda conclusiva: ma i Napoletani recitano ancora?

Stefano De Matteis è nato aNapoli nel 1954, ma ha lavorato a Milano fin da 1977, prima con Feltrinelli e Garzanti, poi con Mario Spagnol in Longanesi. Si occupa di rappresentazioni culturali e di processi rituali: ha dedicato i primi lavori alla cultura popolare (Follie del varietà, Feltrinelli, 1980), per poi occuparsi di religiosità e devozione (con Antropologia delle anime in pena, scritto insieme a Marino Niola, Argo, 1993 e La Madonna degli esclusi, D’Auria, 2011). Su Napoli ha scritto Lo specchio della vita (il Mulino, 1991). Sempre per il Mulino ha curato l’edizione italiana di Dal rito al teatro e Antropologia della performance di Victor Turner; e per le Opere di Ernesto de Martino ha curato la nuova edizione di Naturalismo e storicismo nell’etnologia. Nel 1992 De Matteis è tornato a Napoli, fondando prima con Gustav Herling la rivista Dove sta Zazà, e poi avviando nel 1999 la casa editrice L’Ancora del Mediterraneo, da cui è natanel 2005 la siglia Cargo.

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