Napoli/600: L’eresia tra sesso e misticismo in un libro da riscoprire

A 17 anni dall’uscita, non si può dire che La carità di Giulia abbia avuto l’attenzione che meritava un romanzo ben fatto, che ricostruisce la vera storia di Giulia Di Marco e della sua confraternita di “Carità carnale”: una pagina eclatante della Napoli del ‘600, che tra sesso e misticismo rappresenta il più importante “caso” affrontato dell’Inquisizione nel Mezzogiorno. Pubblicato nel 1995 da Intramoenia (II ed. 2002, pp. 496, euro 16,50), il libro di Fabio Romano è introdotto da Antonio Ghirelli che parla di «un ‘kolossal’ della passione carnale e del misticismo, un affresco magistrale della società cittadina alla vigilia dei due drammatici avvenimenti che l’avrebbero sconvolta: la rivolta di Masaniello e la grande peste del 1656».

Il romanzo ricostruisce la storia a partire dall’infanzia di Giulia, quando poverissima, tra le montagne molisane, alla morte del padre viene affidata a un mercante ambulante, e poi portata a Napoli a servizio. Sedotta e abbandonata, lascia il bambino sulla ruota dell’Annunziata, e più tardi inizia una vita di penitenza come Terziaria francescana. Si poi trasferisce a Forcella, dove conosce Aniello, un padre Camillino che diviene suo confessore, ma soprattutto appassionato amante: una passione che i due trasfigurano in grazia mistica, e addirittura in una dottrina, a cui danno il nome di “Carità Carnale”.

A Giulia ed Aniello si affianca ben presto l’avvocato Giuseppe De Vicariis, che condivide i favori della mistica e di tutti gli altri adepti che in promiscuità si vanno aggregando in una sorta di segretissima setta. Non tanto segreta, però, da non arrivare all’oreccio dell’Inquisizione, che insospettita dagli strani esercizi spirituali della confraternita spedisce Giulia tra i monti del Beneventano.

Tornata libera a Napoli grazie all’avvocato De Vicariis, Giulia riprende la sua particolarissima attività caritativa sotto la protezione del  Luogotenente (la seconda carica dopo il Viceré) Don Alfonso, che diviene suo amante. Nella villa di Capodimonte in cui è ospite passano – indisturbati per 14 anni – non solo i religiosi, ma anche le più alte sfere dell’aristocrazia, fino alla moglie del viceré.

Il cerchio si chiude con l’intervento dei Teatini, che grazie alle confessioni di alcuni ‘pentiti’ raccolgono le denunce necessarie a costruire l’accusa di eresia: ma la vicenda scatena disordini in città, dall’aristocrazia al popolino che considera Giulia in odore di santità, e sarà solo l’intervento di papa Paolo V a risolvere la questione: condotti a Roma, Giulia, Aniello e De Vicariis saranno costretti ad abiurare per salvarsi dal rogo, ma finiranno comunque i loro giorni nelle carceri di Castel Sant’Angelo.

L’intera vicenda è raccolta in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli compilato da un anonimo Teatino, intitolato Istoria di suor Giulia di Marco e della falsa dottrina insegnata da lei, dal p. Aniello Arciero e da Giuseppe de Vicariis, col reassumo del processo contra di essi, e con la di loro abiurazione seguita in Roma a 12 luglio 1615; edito anche a stampa nel 2006 a cura Antonio Vigilante (La carità carnale. Istoria di Suor Giulia di Marco, Bergamo, Rainone, 2006, pp. 102).

De La carità di Giulia ha scritto Pietro Treccagnoli: «Un romanzo di rara potenza. La vicenda cupa e solare allo stesso tempo é affrontata con un piglio manzoniano. Il riferimento era addirittura obbligato per questa Monaca di Napoli che fece della gioia del sesso, non atto di ribellione solitaria come Gertrude, ma un’opera di evangelizzazione, un undicesimo comandamento fondato sul “crescete e moltiplicatevi” (…) L’epilogo da Santo Offizio, da Colonna Infame, é noto. Ma l’autore riesce a sfuggire alle insidie della verità storica. Si concede, senza tradimenti, al romanzo, armandosi di quanto i maestri del Novecento hanno insegnato e stimmatizzando gli effetti del fanatismo e dell’intolleranza, più atroci di quanto comunemente viene posto sotto il marchio infamante del peccato».

L’AUTORE:Fabio Romano (Napoli, 1942) laurea in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, entra molto giovane all’Archivio di Stato a Napoli come direttore di sezione, e si specializza a Parigi presso gli Archivi Nazionali e la Ecole des Chartes. Lascia però l’Archivio per insegnare storia e filosofia in diversi licei italiani, e poi intraprendere a Bologna la carriera di avvocato penalista, che lo conduce a Verona, dove attualmente è magistrato (onorario). All’intensa attività professionale ha affiancato sempre la passione letteraria, pubblicando una raccolta di poesie sulla rivista Le Porte di Roberto Roversi; e collaborando con saggi, novelle e critiche letterarie a vari quotidiani regionali.

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