Gomorra-Reality, il grottesco impero del potere malavitoso nel primo romanzo di Stefano Piedimonte

È in libreria per Guanda Nel nome dello Zio, il primo romanzo di Stefano Piedimonte (bravo collega del Corriere del Mezzogiorno) che non passerà inosservato in questo autunno letterario, napoletano e non solo. Una storia kitsch e tracotante, stravagante e originale, che spoglia dell’aura di “mammasantissima” la figura del boss malavitoso per restituirgli sembianze, mediocrità, debolezze umane che fanno apparire ancora più disumano e grottesco il “mestiere” di camorrista. La forte carica eversiva che si cela nella ridicolizzazione degli stereotipi del potere malavitoso non è sfuggita a Roberto Saviano, che ha divorato il libro.

Il Libro. Se fosse un film dovrebbe dirigerlo Matteo Garrone, perchè il racconto sembra uscito da un curioso mix tra il suo primo  successo “Gomorra” e il nuovo, atteso, “Reality”. Ma, scherzi a parte, Piedimonte riesce a trovare un proprio originale registro narrativo che non scade mai nella comicità banale, ma fa “cuocere” personaggi e vicende nella salsa della loro ridicola insulsaggine. Il protagonista della storia è un boss, Lo Zio, che da un giorno all’altro è costretto a scappare perché la Polizia ha abbastanza elementi per arrestarlo. Lui scappa, ma anche da latitante guarda il Grande Fratello che è la sua passione/ossessione. Visto che non ha cellulari né ha lasciato indicazioni sul luogo in cui si nasconde, per i suoi sodali l’unico modo per contattarlo è lanciargli un messaggio direttamente dalla Casa. Per farlo arruolano così il ventenne Anthony, un pusher incensurato, personaggio imbarazzante ustionato dalle lampade solari e depilato, con le sopracciglia rifatte. Dopo un estenuante addestramento, Anthony riesce a superare il provino ed entra nel cast. E sarà proprio lui a dare il colpo di scena...

Stefano Piedimonte è nato nel 1980 a Napoli e si è laureato all’università«L’Orientale». Dal 2006 lavora per il«Corriere del Mezzogiorno», prima come cronista di nera e poi come redattore web della testata. «Ho scritto questo libro pensando a personaggi che offrono già degli elementi caricaturali proprio nel loro essere camorristi. Mi interessava riportare alla loro meschina quotidianità dei soggetti solitamente avvolti da un’aura di solennità e potenza. E che cosa c’è di più naif della passione per il Grande Fratello? Per questo, ho voluto rappresentare il contrasto tra l’apparenza dello Zio, spietato boss della camorra, e la sua passione patologica per il Grande Fratello, e quindi ricondurlo a una dimensione umana, attaccabile, una dimensione grottesca di irrisione, di umorismo caustico».

Per Roberto Saviano, che ha divorato il libro, «i boss non sono altro che individui a cui mancano pezzi. Persone che spesso, a causa della loro mediocrità, scadono nel ridicolo e nel grottesco dell’autocelebrazione. Tutto ciò può essere intaccato, il consenso nei loro confronti può calare, ma solo se li si trascina a terra, solo se si riesce a svelare le loro passioni per quelle che sono: grossolane, kitsch, imbarazzanti. Ecco, questa è un’arma affilatissima ed estremamente efficace nella lotta al loro strapotere».

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