Alfasud, sogno e occasione mancata: il senso di una grande storia italiana

GIUSEPPE PESCE – Raccontare Pomigliano d’Arco vuol dire lasciare aperto un racconto, e sperare che l’industria a Napoli e in Campania abbia ancora un futuro, perché ha avuto una grande storia. Se infatti Bagnoli rappresenta una Napoli industriale ormai quasi epica e letteraria, che potremmo racchiudere tra i “Tre operai” di Bernari e la “Dismissione” di Rea, Pomigliano è ancora una questione all’ordine del giorno, che torna periodicamente ad incendiare polemiche tra padroni e operai, sindacati e industriali. Nel documentario “Un’auto targata Sud” abbiamo voluto ricostruire cos’era Pomigliano prima della Fiat: ovvero prima che, nel 1986, fosse privatizzata. L’Alfa Romeo, presente a Pomigliano fin dall’epoca fascista, era infatti un’industria pubblica. Doveva essere la “punta di diamante” dell’IRI e della Finmeccanica, invece si è trasformata in un “costoso gioiello” che la Stato alla fine ha dovuto svendere. Le ragioni di questo fallimento, a lungo imputato a sbagliate logiche meridionaliste, sono in realtà molto più complesse. Perché la storia di Pomigliano non è una vicenda “sudista”, provinciale o regionale: è una grande storia italiana, dentro la quale c’è di tutto, dal fascismo alla ricostruzione, dal boom alla crisi petrolifera, alle privatizzazioni. Fu un napoletano, Nicola Romeo, a salvare la lombarda “Alfa” che nel 1915 stava fallendo; fu un trevigiano, Ugo Gobbato, a progettare e dirigere il grande stabilimento fascista di Pomigliano; e fu un milanese, Giuseppe Luraghi, a volere con forza e ad aprire il nuovo grande stabilimento dell’Alfasud.

Su queste scelte pesarono però ritardi fatali, che non avevano niente a che fare con il meridionalismo, ma dovuti essenzialmente allo scontro tra industria pubblica e privata che si consumava in Italia negli anni del boom economico: Luraghi voleva costruire utilitarie a Pomigliano a metà degli anni Cinquanta, ma la Fiat che stava lanciando la 600 e la 500, si oppose e l’ebbe vinta. Quando riuscì a partire il progetto Alfasud, stavano ormai finendo gli anni Sessanta, e con loro il grande boom. Cominciare a produrre automobili in quel periodo, nel pieno delle contestazioni studentesche e operaie, e poi delle crisi petrolifere degli anni Settanta, fu ovviamente un suicidio. Poi, certo, la politica meridionale con i suoi “vizi” – assistenzialismo, clientelismo – fece il resto, ma il grande errore furono quei quindici anni di ritardo, dovuti allo scontro con la Fiat, che votarono l’Alfasud ad una morte annunciata. Alla fine, fu comunque la grande crisi del settore auto, che agli inizi degli anni Ottanta mise in ginocchio anche Torino, a decretare la svendita dell’Alfa Romeo; non certo i problemi di Pomigliano, che delle crisi subiva semmai le conseguenze, ma non poteva essere la causa. Intorno alla storia industriale di Pomigliano ruotano anche i racconti della grande stagione dei movimenti, con le rivendicazioni infuocate di sindacati e gruppi extra-parlamentari, ma soprattutto con un fenomeno unico come i “gruppi operai” dei Zezi e delle Nacchere Rosse, che trasformarono la protesta in musica, facendo da valvola di sfogo per tensioni che rischiavano altrimenti di esplodere e degenerare. Unico e isolato, il caso di terrorismo, con il ferimento del capo del personale, nel 1977. Per il resto, grandi incontri politici e sindacali, con migliaia di operai ad ascoltare Berlinguer, Ingrao o Geremicca, con De Michelis venuto ad annunciare la privatizzazione, ed anche con un giovane Antonio Bassolino, che anche a Pomigliano ha costruito la sua carriera politica.

“Un’auto targata Sud” è il titolo del documentario di Giuseppe Pesce e Aldo Zappalà in onda per “La Storia siamo Noi” di Giovanni Minoli, il 12 giugno su RAI2 (ore 23:45) ed il 13 su RAI3 (ore 10:00).

1 Commento

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Una risposta a “Alfasud, sogno e occasione mancata: il senso di una grande storia italiana

  1. non tutta la verità raccontata anche da parte di barbato .Doveva nascere industrie indotte altri 44000 nuovi posti vedi fonderia e inceneritore mai funzionati ma fiat si oppose sia sul prezzo basso auto di stato e sia nel costruire altre aziende copia delle sue come gomme candele carburatori ecc .alfasud oblico di fornirsi da aziende fiat e queste aziende ostacolavano produzione mandando pezzi a rilento .Operai a lavoro puntualmente ma senza grezzo da lavorare invogliati dai capi a prendere permesso o veder partita o cogliere patate o pitturare loro abitazione e cosi collaudo deliberava poche auto finite poi vi era il recupero con molte ore di straordinario spese ma diedero colpa assenteismo e non mancanza di lavoro e permessi facili .Mamma fiat attraversava una profonda crisi per concorrenza alfa inferiore qualità .Dicendo che senza suo aiuto alfasud non andava avanti premendo sul governo di allora e cosi da incompetenti venne regalato a fiat cosi abbasso qualità alfa diminuendo personale a cassa integrazione sullo stato no era meglio un po di perdita ma lavoro queste sono aziende di stato quando passa al privato addio occupazione ed aumento spese come cassa integrazione o pensione anticipate e un cane morde la coda…..

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