Brindisi e le mafie pugliesi: un attentato senza storia (che non convince nessuno)

Il Procuratore Antimafia di Lecce Cataldo Motta

GIUSEPPE PESCE – Sono stato in Puglia solo qualche settimana fa, per presentare insieme ad Aldo Zappalà il nostro documentario sulla Sacra Corona Unita, che pensavamo fosse solo una storia di tanti anni fa. Invece, stamattina, alla notizia dell’attentato di Brindisi, la storia è tornata come un rigurgito. La mafia è esattamente quello che diceva Peppino Impastato: una montagna di merda. Ma devo dire che non capisco, sinceramente, il senso e il significato di questo nuovo, vile e spaventoso episodio. Se avessi dovuto scrivere un saggio, dalle centinaia di pagine appuntate e dalle interviste che abbiamo realizzato, l’avrei chiamato “la corona spezzata”; sottotitolo: “ascesa e caduta delle mafie pugliesi”. Sì, perché la storia delle mafie in puglia è una storia che non ha importanti radici, ed è una storia in parte conclusa, stroncata dallo Stato: da magistrati come Michele Emiliano, attuale Sindaco di Bari, ma soprattutto da un uomo straordinario come Cataldo Motta, procuratore antimafia di Lecce. Sono stati loro, a raccontarmi la storia delle mafie pugliesi, che è sostanzialmente una storia di vittoria dello Stato: ed io non credo, in nessun modo, che questo atroce episodio possa fare l’interesse di una organizzazione che non ha mai avuto la forza di imporsi nemmeno sul territorio regionale; piuttosto, bisogna chiedersi, da subito, chi o che cosa abbia interesse a seminare terrore nel Paese in questo momento, e per quali fini.

Quello di una “cupola” pugliese era il sogno deviato di un piastrellista di Mesagne, Pino Rogoli, che sconta in carcere i suoi ergastoli, e che proprio in carcere, nel 1983, fondò la Sacra Corona Unità con la “benedizione” di Umberto Bellocco, uno dei più pericolosi capibastone della Ndrangheta calabrese. L’organizzazione pugliese nasceva in parte per contrastare le mire della Nuova Camorra Organizzata, che fin da 1979, con l’intervento diretto di Raffaele Cutolo, puntava ad estendere la propria egemonia sul Foggiano, e giù di lì lungo il tacco dello stivale. In ballo c’era la droga, arrivata a Fasano con i boss mafiosi in soggiorno obbligato. Ma soprattutto, c’era l’affare miliardario del contrabbando, che si era spostato sulle coste dell’Adriatico, con la complicità delle multinazionali del tabacco e poi, nei decenni successivi, con la compiacenza degli stati dell’Est, primo tra tutti il Montenegro.

Più che una vera associazione, la Sacra Corona Unita è una “parola d’ordine”, una cappello sotto cui si possono riunire svariati tentativi, reiterati nel corso degli anni, di tessere una ragnatela capace di collegare i gruppi criminali che controllavano l’intera Puglia: tentativo inutile e impossibile, vista le distanze e le diversità territoriali, sociali e culturali, che passano dal Foggiano a Bari, al Salento. Non c’è nemmeno una vera storia. L’unico filo che può unire questo racconto è la morte: sempre, le storie di mafia sono storie di morte. E la prima a cadere in questa battaglia è forse la professoressa Renata Fonte, assessore comunale dei Repubblicani uccisa nel 1983 a Nardò, per essersi opposta alla speculazione edilizia che sfregiava Porto Selvaggio (che oggi è un parco naturalistico dedicato a lei).

C’è poi la guerra della metà degli anni Ottanta. La scia di sangue comincia a Foggia con la strage del Circolo Bacardi: il 1 maggio del 1986 Giosuè Rizzi insieme ai suoi complici uccide quattro esponenti di un clan rivale, che si erano accaparrati il mercato della droga. I boss hanno paura. La casa di Antonio Dodaro, che comanda su tutta la provincia di Lecce, è piena di telecamere. Ma non servono a niente, la sera del 19 dicembre del 1988, quando lo trovano ucciso insieme alla moglie e al suocero: uccisi da qualcuno che credevano amico, e invece è passato dall’altra parte. Anche Antonio Antonica, il braccio destro di Pino Rogoli, decide di fondare un nuovo clan e di lanciarsi sul mercato della droga. Un tradimento che gli costerà caro. Riesce a sfuggire ad un attentato, ma la notte del 13 febbraio del 1989 i killer lo vanno a cercarlo in ospedale, dove lo finiscono nel suo letto. È una guerra che sembra senza fine: qualche mese dopo, a Mesagne, tocca ad Emanuele Rogoli, il fratello del fondatore della Sacra Corona Unita.

Ma la magistratura e le forze dell’ordine non stanno a guardare. Giudici e investigatori sono in primissima linea, e all’inizio degli anni Novanta assestano dei colpi decisivi alla criminalità pugliese. Il 12 gennaio del 1991 il Tribunale di Bari emette una sentenza importante, in un processo che vede oltre 70 imputati alla sbarra. Viene sgominata una organizzazione criminale chiamata “La Rosa”, capeggiata da Oronzo Romano con il placet del Rogoli; 23 persone vengono condannate per associazione a delinquere di stampo mafioso: è la prima volta che in un’aula giudiziaria si riconosce l’esistenza di una mafia pugliese, una organizzazione tentacolare, fiorita con affari illeciti con cosche calabresi e siciliane, alleate di solide famiglia Leccesi, Tarantine e Foggiane.

Ma il 1991 è un anno cruciale per la Puglia, non solo per le vicende legate alla criminalità. Il 27 ottobre del 1991, infatti, un incendio distrugge il teatro Petruzzelli, il salotto buono della città, che ne ha fatto una capitale internazionale della musica. Mentre le vicende del Petruzzelli seguono il loro tortuoso corso, l’emergenza più grave che vive la Puglia all’inizio degli anni Novanta è quella che nasce con la caduta del regime socialista in Albania: l’8 agosto del 1991 la nave Vlora entra nel porto di Bari con un carico di 20mila profughi. Per evitare nuovi sbarchi, il governo italiano è costretto ad avviare l’operazione pellicano: tra il 1991 e il ’92, partono dalla decine di navi con tonnellate di generi alimentari, grano e zucchero, che approdano al porto di Valona. Per la malavita è l’occasione per rafforzare i contatti con la criminalità dell’est europeo.

Intanto, sta per avvicinarsi la conclusione del secondo maxi processo alla Sacra Corona Unita. Si annunciano pene più severe, e forse proprio per intimidire i magistrati, la malavita organizza un attentato che solo per una serie di fortuite coincidenze non riesce. Il 5 gennaio 1992 una carica di esplosivo fa saltare le rotaie su cui deve passare l’espresso 388 Lecce-Stoccarda, sul quale viaggiano più di mille passeggeri, per lo più emigranti pugliesi. Ma per fortuna qualcosa va storto: il pezzo di rotaia saltato è troppo Piccolo per far deragliare il treno, che ci passa sopra a tutta velocità. Secondo i magistrati, dietro questo attentato c’è la Sacra Corona Unita, l’organizzazione criminale alla sbarra nel processo di appello, che si conclude qualche mese dopo (17 aprile 1992) con una sentenza durissima: 101 condanne per gli affiliati. Pene più dure, e 52 assolti al precedente processo che tornano in carcere. Tra di loro c’è anche Salvatore Annacondia, che certamente non è un santo, perché è accusato di 40 omicidi. Però l’anno seguente si pente, e diviene uno collaboratori di giustizia più affidabili nell’azione contro la mafia pugliese.

All’inizio degli anni Novanta, anche la società sana della Puglia sembra reagire. Aumentano le denunce per estorsione. Molti imprenditori onesti tentano di ribellarsi alle richieste della mafia, che impone tangenti sulle attività edilizia. A Giovanni Panunzio avevano chiesto 2 miliardi. Panunzio è uno che si è fatto da solo, prima muratore, poi una piccola ditta, fino a divenire uno degli imprenditori più in vista di Foggia. Denuncia i suoi estorsori e manda in galera 14 persone. Da allora è costretto a viaggiare su un’auto blindata: la sera del 6 novembre del 1992 peròscende di casa con l’utilitaria per andare al Consiglio Comunale. Dopo 30 anni, Foggia sta per avere un piano regolatore. Che beffa morire proprio quella sera, per mano di due killer che lo freddano mentre torna a casa. Ci vuole coraggio ad essere onesti: onesti come Francesco Marcone, direttore dell’ufficio del registro di Foggia, che denuncia gli strani intermediari che si frappongono senza alcun titolo tra i clienti e il suo ufficio, dove girano affari per miliardi. E i criminali che vedono minacciati i loro interessi, non esitano subito ad ucciderlo, la sera del 31 marzo del 1995.

Intanto sulle coste pugliesi è in arrivo una nuova emergenza: con la guerra nel Kosovo, nel 1999, riprende con forza il flusso migratorio di disperati provenienti dall’est europeo. Per i clan pugliesi è una nuova occasione per stringere i rapporti con le mafie dell’est. Profughi, droga e sigarette: traffici plurimiliardari da gestire tra i Balcani e la Puglia, ma anche frodi industriali ai danni di multinazionali, estorsioni e attentati. La posta in gioco è sempre più alta, e un carico di sigarette sembra valere più di una vita umana. La notte tra il 23 e il 24 febbraio del 2000, sulle strade di Brindisi, un blindato di contrabbandieri travolge la fiat punto della guardia di finanza, uccidendo il vicebrigadiere Alberto De Falco di 36 anni e il finanziere Antonio Sottile, 29 anni. I responsabili vengono arrestati in pochi giorni, ma l’episodio, che provoca sdegno nell’opinione pubblica, è solo il sintomo di un male più profondo.

Un affare internazionale. Ottaviano Del Turco, all’epoca Presidente della Commissione Antimafia denuncia che «ci sono degli stati oltre l’adriatico che danno rifugio ai contrabbandieri, li organizzano, li rimandano in Italia e li aiutano nelle loro imprese: non è solo un problema di politica interna, la Puglia, di ordine pubblica, è un grande problema di politica estera». Il riferimento è al Montenegro, divenuta la centrale internazionale del contrabbando. Ogni mese i motoscafi portano in Italia 100mila casse di sigarette, e per ogni cassa, il governo montenegrino trattiene una tassa di 55 dollari, con un guadagno medio di cinque milioni e mezzo di dollari. Per questo, la Procura di Bari nel 2002 indaga il premier montenegrino Djukanovic con l’accusa, per lui e per centinaia di altre persone, di associazione per delinquere di tipo mafioso. Molti patteggiano, compreso il capo della polizia; ma la posizione di Djukanovic viene stralciata quando viene eletto presidente solo per l’impossibilità di procedere contro un capo di stato estero. Mentre le indagini internazionali seguono il loro tortuoso corso, in Italia il fenomeno del contrabbando viene in buona parte sconfitto con un dispiegamento di forze senza precedenti: l’operazione primavera, che nel impegna quasi 2mila uomini, nel 2000 stronca i grandi traffici e decima i clan pugliesi.

Intanto, la piccola criminalità ritorna ad appropriarsi delle città, a battersi per il controllo dei quartieri. Con una efferatezza spaventosa, che travolge anche vittime innocenti, e non risparmia nemmeno i ragazzini. Ragazzini come Michele Fazio, che ha 15 anni e fa il garzone in un bar della Bari vecchia, nel centro storico appena riqualificato. Tra questi vicoli in cui è tornata la vita, con i bar e i locali aperti fino a tardi, la sera del 12 luglio del 2001, Michele Fazio cade colpito da due colpi di pistola. È un “ragazzo perbene”, come scrivono i giornali, che ha avuto solo la colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ed è ancora un ragazzino, Gaetano Marchitelli, a cadere con una raffica di pallettoni alla schiena, mentre tenta di fuggire. È il 2 ottobre del 2003, Gaetano ha 15 anni e l’unica colpa di trovarsi passare accanto a due pregiudicati che erano l’obiettivo dei killer.

Ormai, il sogno perverso di una “cupola” che controlli la criminalità pugliese sembra fallito: anzi, non è mai decollato. È stato solo un disegno, un tentativo che per fortuna non si è mai realizzato compiutamente. La Sacra Corona Unita è un arcipelago di clan che però hanno assimilato la mentalità mafiosa e ndranghetista. Il primo dicembre del 2009, a Bari, la Direzione Distrettuale Antimafia porta a segno un’operazione senza precedenti. Dopo 3 anni di indagini, in una sola notte, con l’impiego di 1.300 uomini, vengono sequestrate catene di supermercati e di negozi, oltre 200 immobili tra ville ed appartamenti, beni per oltre 220 milioni di euro. Finiscono in manette 83 persone. C’è Savinuccio Parisi, il vecchio boss del quartiere Lapigia. Ma ci sono anche decine di insospettabili della Bari bene, imprenditori, avvocati e politici. I magistrati parlano di una mafia di serie A, affermata a livello globale. Che importa droga dalla Serbia per spacciarla a Milano. Che gestisce quote societarie della “Paradise bet”, una delle agenzie di scommesse più importanti del Regno Unito. E che grazie alla complicità dei politici stava per costruire alle porte di Bari un campus universitario con 3500 posti letto. Il procuratore antimafia Piero Grasso dice che «quest’indagine rivela il vero volto della criminalità pugliese, cioè una criminalità che è proiettata negli investimenti, proiettata negli affari, proiettata dell’imprenditoria, che succhia parte delle risorse di questa terra e le investe anche all’estero».

Spero che questo excursus sia servito a farsi un’idea, per chi non conosceva la storia del fenomeno mafioso in Puglia. Personalmente, resto dell’opinione che una simile mafia non ha alcun interesse a compiere un attentato come quello di oggi, che mi ferisce e mi addolora in quanto cittadino italiano: che non può fare a meno di amare il suo Paese, ma che in simili momenti si sente sgomento, e abbandonato.

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