Lo sguardo obliquo: le scale nel mirino della nuova mostra di Luciano Romano

Luciano Romano inaugura la sua nuova mostra Lo sguardo obliquo stasera, mercoledì 16 maggio (ore 19), presso lo Studio Trisorio di Napoli (Riviera di Chiaia, 215). Il tema di quest’ultimo lavoro del noto fotografo – napoletano, ma conosciuto e apprezzato in Italia e nel mondo – sono le scale: metafora del costante desiderio dell’uomo di tendere all’assoluto e al trascendente, partendo dalla pesantezza e dall’opacità della pietra, per mirare alla luminosità del cielo. Scale grandiose, articolate, imponenti; che conservano un rapporto intimo e diretto con il nostro corpo che le percorre, misurandole con il passo. La mostra resterà aperta al pubblico fino al prossimo 16 giugno.

Difficile riassumere il lungo e ricco curriculum professionale di Luciano Romano: formatosi in teatro, a 25 anni riceve il primo incarico come fotografo di scena dal Teatro di San Carlo di Napoli, a cui seguiranno il Teatro alla Scala e numerosi palcoscenici internazionali. Sensibile alla ricerca sui nuovi linguaggi della fotografia, ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti: dal premio Atlante Italiano 003 (Ministero Beni Culturali – Triennale di Milano) alla nomination al Prix BMW – Paris Photo (2007). Finalista al premio ACEA (2010) e del Premio Arte Laguna (2012), ha esposto alla X Biennale di Architettura di Venezia (2006) e all’Expo Universale di Shanghai (2010). Nel 2010 ha partecipato alla mostra Napoli O’Vero al MADRE di Napoli e a Cantiere d’Autore al MAXXI di Roma. Recentemente ha preso parte a progetti artistici al fianco di artisti del calibro di Robert Wilson, Shirin Neshat, Peter Greenaway. Sue opere sono inserite in numerose raccolte pubbliche e private tra le quali la Robert Rauschenberg Estate di New York, MeMus Museo del Teatro di San Carlo, e la collezione di fotografia del Museo MAXXI di Roma.

Le opere di Luciano Romano secondo la critica: «Non descrivono spazi dall’identità definita, ma luoghi dello spirito, possibili zone di passaggio tra la materia e l’anima rese evidenti dal conflittuale alternarsi di luce e ombra. La fotografia è il linguaggio che meglio si adatta a questo processo di trasfigurazione, cattura lo sguardo e lo destabilizza in un imprevedibile gioco combinatorio tra la lucida, geometrica rappresentazione del mondo visibile e la ricorrente visione onirica. Nei suoi fotogrammi gli elementi della realtà cedono il passo alle vertigini ossessive delle immagini mentali rivelando forme che s’inseguono con andamento ipnotico, rampe che si avvolgono verso un chiarore abbagliante o che sprofondano nel buio di una voragine senza fondo. Spazi fisici che alludono inevitabilmente a stati d’animo».

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